Enjoying the sunNel corso del 52° convegno annuale ICAAC (Interscience Conference on Antimicrobial Agents and Chemotherapy), svoltosi a settembre 2012 a San Francisco con il supporto dell’American Society for Microbiology, sono stati presentati nuovi studi che dimostrano l’insorgere di resistenze batteriche nei casi di uso prolungato di antibiotici per la cura di cistiti recidivanti.

Un gruppo di ricerca del Dipartimento di Farmacologia dell’Oregon State University ha riportato i risultati dell’analisi di più di 120 milioni di visite per problemi urinari effettuate negli USA tra il 1998 e il 2009, focalizzando l’attenzione sulle donne di età superiore ai 17 anni e sul tasso di frequenza dei casi di cistite con relativa prescrizione di antibiotici.

I dati risultano stabili nel decennio preso in esame, con una media di 195 casi ogni 1.000 donne. Durante questo periodo quasi i 3/4 delle pazienti (71%) hanno ricevuto una prescrizione antibiotica. I risultati dell’analisi mostrano un significativo aumento del tasso di resistenza dei batteri uropatogeni.

La ricerca, come sottolineato durante il convegno, è stata utile per mettere in guardia dall’utilizzo “empirico” degli antibiotici e invitare i pazienti alla prudenza, prendendo in considerazione possibili alternative, onde evitare lo sviluppo incontrollato di resistenze batteriche.

Anche all’Università di Basilea sono stati effettuati studi in questa direzione, partendo dal presupposto che il trattamento antibiotico resta il “gold standard” per le infezioni alle vie urinarie, ma che questa prassi presenta il rischio di generare “superbatteri” in grado di resistere ai più nuovi e potenti antibiotici.

Da qui l’esigenza di mettere a punto e proporre un nuovo approccio al problema che prescinda dall’uso di questi farmaci.

In un articolo pubblicato sull’ACS’ Journal of Medicinal Chemistry, i ricercatori svizzeri spiegano che alcune sostanze, dette fimH-antagonisti, riuscirebbero a individuare i fattori responsabili dell’infezione, impedendo ai batteri di aderire alle pareti interne della vescica.

Una nuova classe di antibatterici che riesca a sfruttare le caratteristiche di queste sostanze sarebbe perciò in grado di ridurre i rischi di resistenze batteriche, pur mantenendo un’elevata efficacia.

Fonte: http://portal.acs.org