Abbiamo chiesto alla Prof. Elisabetta Costantini, Università degli Studi di Perugia, membro del Comitato Scientifico di Curarelacistite.it di commentare il recente rapporto OCSE sulle resistenze batteriche e delle indicazioni per prevenire e arginare tale fenomeno soprattutto in ambito urologico.

 

Su un Editorial dell’AIFA di maggio 2016 troviamo scritto: Il pericolo per la salute umana rappresentato dall’antibiotico-resistenza è molto più preoccupante del crac finanziario del 2008. Tesi, questa, sostenuta da Jim O’Neill, attuale ministro inglese del Commercio, incaricato di analizzare il problema dell’antibiotico resistenza e di proporre soluzioni attuabili.In effetti nei paesi OECD (OCSE in italiano, che aderiscono e partecipano ai programmi della Organization for Economic Cooperation and Development), era già stato dimostrato che la resistenza agli antibiotici era in aumento con un 10% nel 2005 e un 15% nel 2014.

La probabilità di sviluppare antibiotico-resistenza nei tre Paesi con più alto tasso di resistenza (Italia, Grecia, Turchia) è circa 25% più alta della media degli altri Paesi OECD, e 11 volte più alta rispetto a quella dei 3 Paesi (Islanda, Finlandia e Norvegia) a più basso tasso.

Più del 50% degli antibiotici nell’uomo viene usato in maniera inappropriata.

Risultati allarmanti, se pensiamo che il tasso di resistenza è legato all’utilizzo di antibiotici sia nell’uomo che negli animali. Secondo l’analisi dell’OECD “più del 50% degli antibiotici nell’uomo viene usato in maniera inappropriata”, per esempio quando viene fatta prescrizione di antibiotici per infezioni virali o in caso di batteriuria asintomatica (ossia presenza di urinocolture positive in assenza di sintomi), posologie sottodosate, scarsa compliance da parte del paziente (ovvero, il paziente interrompe la terapia prima che l’infezione sia completamente eradicata).

Circa il 75% del totale degli antibiotici utilizzati annualmente vengono impiegati in ambito zootecnico, nonostante il loro utilizzo sia stato bandito in più dell’80% dei Paesi OECD

L’elemento che deve però veramente allarmare è che sia negli USA sia in Europa (l’Italia è al secondo posto) circa il 75% del totale degli antibiotici utilizzati annualmente vengono impiegati in ambito zootecnico, nonostante il loro utilizzo sia stato bandito in più dell’80% dei Paesi OECD. I motivi sono molteplici: evitare la diffusione di patologie infettive tra il bestiame, promuovere la crescita degli animali, e aumentare il contenuto di proteine animali. L’utilizzo non terapeutico degli antibiotici, è correlato alla diffusione di ceppi resistenti non soltanto tra gli animali, ma anche tra gli uomini, che possono venire a contatto con i capi infetti, cibo o acqua e suolo contaminati.

La diffusione di ceppi di microrganismi resistenti può avere conseguenze drammatiche sulla salute della popolazione, prima fra tutte il fallimento della terapia antibiotica comunemente utilizzata. Più il fenomeno della resistenza si allarga, minore sarà la disponibilità di farmaci efficaci, e quelli efficaci sono spesso costosi e con diversi effetti collaterali.

La problematica della multiresistenza batterica si è estesa anche negli ambienti comunitari, tanto che ad esempio, nella comune pratica clinica è purtroppo consueto riscontrare difficoltà anche nel trattamento di infezioni urinarie cosiddette “semplici”

La problematica della multiresistenza batterica è emersa inizialmente negli ambienti ospedalieri dove si utilizzano sempre molti antibiotici. Successivamente però, si è estesa anche negli ambienti comunitari, tanto che ad esempio, nella comune pratica clinica è purtroppo consueto riscontrare difficoltà anche nel trattamento di infezioni urinarie cosiddette “semplici”. Ciò significa che anche il medico di base si trova oggi a dover trattare infezioni “semplici” con farmaci ad uso esclusivo ospedaliero, ovviamente inviando il paziente presso i centri adeguati. Ecco quindi che la cistite da semplice diventa “complicata”.

In risposta a questi dati, 29 Paesi OECD, compresa l’Italia, hanno adottato una politica di utilizzo razionale dei farmaci antimicrobici, attraverso processi diagnostici più veloci e stesura di Linee Guida che indicano il corretto utilizzo degli antibiotici, sia come terapia sia come profilassi.

Tra i vari problemi e proprio nell’ottica di una diminuzione dell’utilizzo degli antibiotici, gli urologi stanno cercando, quando possibile, di evitare la terapia antibiotica come profilassi nelle infezioni urinarie ricorrenti, ad esempio cicli mensili di antibiotici, cercando strade alternative di terapie non antibiotiche per cercare di prevenire il problema.

Attualmente, grazie all’ampia disponibilità di prodotti sul mercato (integratori alimentari o dispositivi medici) è possibile effettuare delle terapie multimodali, “cucite su misura” sul paziente, atte a contrastare la ricorrenza del fenomeno, con il minimo utilizzo di antibiotici, riequilibrando la flora microbica intestinale, vescicale e genitale.

I dati OECD ci portano quindi a sottolineare l’importanza di un impegno imprescindibile, comune sia alla classe medica che ai pazienti: evitiamo l’uso di antimicrobici quando non indicati, evitiamo l’automedicazione, rispettiamo il dosaggio e la durata della terapia.

Non meno importante però è l’impegno che dovrebbero assumersi gli operatori zootecnici e dell’agricoltura: utilizzare gli antibiotici in maniera oculata e solo quando necessario (al giusto dosaggio, per la durata appropriata) e soprattutto scegliendo classi di farmaci poco usati dal genere umano.

Molte sono le alternative nel trattamento non antibiotico delle infezioni urinarie ricorrenti:

Ovviamente, le associazioni sono possibili ed il medico saggio utilizzerà tutte le sue conoscenze come prezioso strumento di valutazione e di integrazione al fine di diminuire al massimo l’utilizzo degli antibiotici

 

Clicca qui per leggere il report OECD (in inglese)

 

Ultimo aggiornamento 21 / 12 / 2016